Ci sono libri che nascono per raccontare eventi straordinari e altri che scelgono una strada più discreta, quasi silenziosa: raccontare la vita così com’è stata, nelle sue pieghe quotidiane, nei gesti semplici, nei ricordi che sembrano piccoli ma che, se osservati con attenzione, diventano rivelazioni. “Diario di una prof.” di Vittorina Dal Santo appartiene proprio a questa seconda categoria. È un libro che non ha bisogno di effetti spettacolari per lasciare un segno. La sua forza risiede nella memoria, nella sincerità della voce narrante e in quella capacità rara di guardare il passato senza nostalgia sterile ma con uno sguardo lucido, quasi meditativo.
Fin dalle prime pagine si percepisce il tono intimo del racconto. L’autrice si rivolge ai lettori con la semplicità di chi non vuole insegnare nulla, ma solo condividere ciò che ha vissuto. Eppure proprio questa semplicità diventa il cuore del libro. Vittorina Dal Santo racconta la sua vita di insegnante, i ricordi dell’infanzia, la scuola degli anni Cinquanta, le aule con i banchi di legno e il calamaio, le paure e le rigidità di un sistema educativo che allora era ancora segnato da autorità severe e da un rapporto distante tra docente e alunno.
Leggendo queste pagine mi è tornato in mente il pensiero di Giovanni Pascoli, citato esplicitamente dall’autrice: il poeta del “fanciullino”, quella parte innocente e sensibile che resta viva dentro ogni essere umano e che permette di vedere la bellezza nelle piccole cose. Ed è proprio questo sguardo che attraversa il libro. Un bocciolo di rosa osservato con meraviglia, un tramonto, la compagnia silenziosa di una cagnolina salvata dal canile: elementi apparentemente marginali che diventano, nel racconto, momenti di contemplazione.
In fondo è lo stesso atteggiamento che molti maestri spirituali hanno indicato come chiave di consapevolezza. Eckhart Tolle, ad esempio, parla spesso dell’importanza di abitare il presente e di riconoscere la bellezza nascosta nella quotidianità. Anche in questo diario si percepisce qualcosa di simile: l’attenzione alle cose semplici diventa una forma di presenza, quasi una pratica spirituale spontanea.
Il libro non è però soltanto un racconto nostalgico. È anche una testimonianza di trasformazione culturale e sociale. Dal Santo ripercorre la scuola di un’Italia ancora segnata dal dopoguerra, dove molti ragazzi di campagna non avevano accesso agli studi e dove la disciplina spesso sfociava in rigidità e punizioni. I ricordi delle bacchette sulle mani, delle umiliazioni e delle differenze sociali tra studenti provenienti dal centro e quelli della periferia mostrano un sistema educativo molto diverso da quello di oggi.
Eppure proprio da quell’esperienza nasce la sua vocazione pedagogica. Quando diventa insegnante, Vittorina Dal Santo sceglie di costruire un rapporto diverso con i suoi alunni. Nelle sue classi non c’è spazio per la paura. L’insegnamento diventa dialogo, curiosità, esplorazione. Gli studenti possono spostare i banchi, lavorare in gruppo, uscire con la maestra per conoscere il territorio e le attività delle loro famiglie. È una pedagogia che anticipa molte intuizioni moderne: imparare significa vivere, osservare, partecipare.
In questo passaggio emerge una riflessione che dialoga anche con il pensiero di Carl Gustav Jung. Lo psicanalista svizzero sosteneva che ogni persona porta dentro di sé le tracce delle proprie esperienze infantili e che il vero processo di maturazione consiste nel riconoscerle e trasformarle. Dal Santo compie esattamente questo gesto: prende le ferite della sua infanzia scolastica e le trasforma in uno stile educativo fondato sul rispetto e sull’ascolto.
Il diario racconta poi altri capitoli intensi della sua vita: gli anni universitari a Padova nel clima agitato del Sessantotto, le difficoltà di conciliare studio, lavoro e famiglia, l’impegno civile nella difesa dell’ambiente contro l’inquinamento industriale e la partecipazione alla vita amministrativa del suo territorio. Anche qui il libro mostra una dimensione che va oltre la semplice autobiografia: diventa la testimonianza di una donna che ha vissuto il proprio ruolo di insegnante come responsabilità sociale.
Questo atteggiamento richiama anche alcune intuizioni di Krishnamurti, il filosofo indiano che vedeva nell’educazione uno degli strumenti più importanti per trasformare la società. Per Krishnamurti l’insegnante non è soltanto colui che trasmette conoscenze, ma qualcuno che aiuta i giovani a comprendere se stessi e il mondo. È esattamente l’idea che emerge dalle pagine di Dal Santo: educare significa accompagnare, non giudicare.
C’è poi nel libro un’altra dimensione interessante, che dialoga indirettamente con gli insegnamenti di Gurdjieff e con alcune riflessioni contemporanee riprese anche da Salvatore Brizzi: l’idea che la vita ordinaria sia in realtà il luogo in cui si sviluppa il vero lavoro interiore. Non servono esperienze straordinarie per crescere spiritualmente; spesso basta osservare con attenzione ciò che accade ogni giorno. In questo senso il diario di Vittorina Dal Santo è una sorta di meditazione autobiografica: una donna che, arrivata alla maturità della vita, guarda indietro e riconosce il filo invisibile che collega tutte le esperienze.
La scrittura è semplice, quasi colloquiale, ma proprio per questo autentica. Non cerca effetti letterari sofisticati, ma privilegia la chiarezza e la sincerità. E forse è proprio questa la qualità più preziosa del libro: la sensazione che ogni pagina sia scritta con la stessa voce con cui l’autrice parlerebbe a un amico seduto accanto a lei.
Arrivati all’ultima pagina si ha la sensazione di aver attraversato non solo la vita di una insegnante, ma un intero pezzo di storia italiana: la scuola del dopoguerra, le trasformazioni sociali degli anni Sessanta e Settanta, l’impegno civico e ambientalista degli anni successivi. Ma soprattutto resta la figura di una donna che non ha mai smesso di sentirsi maestra, anche dopo il pensionamento.
Ed è proprio qui che il libro trova la sua chiusura più emozionante. Vittorina Dal Santo scrive di vivere le sue giornate accanto alla fedele Ambra, tra il giardino, i ricordi e le visite dei figli e dei nipoti. Eppure in quelle parole non c’è malinconia. C’è una serenità conquistata nel tempo, la consapevolezza di aver attraversato la vita con attenzione e con amore.
Forse il vero insegnamento di questo libro è proprio questo: la vita non è fatta soltanto di grandi eventi, ma di piccoli momenti che, se osservati con il cuore aperto, diventano rivelazioni. Come un bocciolo di rosa che si apre al mattino. Come un ricordo che ritorna. Come una maestra che, anche dopo tanti anni, continua a credere che educare significhi prima di tutto imparare ad essere umani.