All’origine di me di Gabriella Silvestri Un viaggio fantastico verso la scoperta della propria identità

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Ci sono romanzi fantasy che si limitano a raccontare un’avventura, e poi ce ne sono altri che usano il linguaggio del fantastico per parlare di qualcosa di molto più profondo: l’identità, la ricerca di sé, il coraggio di essere diversi. All’origine di me di Gabriella Silvestri appartiene proprio a questa seconda categoria. È un racconto che parte da un mondo magico fatto di streghe, caste sociali e misteri antichi, ma che in realtà parla di una domanda universale e antichissima: chi siamo davvero quando tutte le definizioni imposte dagli altri cadono?

La protagonista del romanzo, Margot, nasce in una famiglia nobile del mondo magico, figlia di un Windrider, una stirpe rispettata e potente. Il suo destino sembra già scritto: in una società dove la magia determina il valore delle persone, il talento magico diventa la misura della dignità sociale. Ma c’è un problema che cambia tutto: Margot non possiede alcun potere.

In un mondo dove la magia è tutto, essere privi di magia significa non avere posto.

È una premessa narrativa molto efficace, perché trasforma subito il romanzo in qualcosa di più di una semplice storia fantasy. Il mondo creato da Gabriella Silvestri diventa una metafora delle società reali, dove spesso sono le etichette – il talento, la classe sociale, il ruolo – a definire il valore delle persone.

Qui il romanzo entra in dialogo con una riflessione molto più ampia sull’identità umana.

Lo psicologo Carl Gustav Jung parlava spesso della “persona”, la maschera sociale che indossiamo per vivere nel mondo. Secondo Jung, il rischio più grande è identificarsi completamente con quella maschera, dimenticando che dietro il ruolo esiste un’essenza più profonda. Nel mondo di All’origine di me, la magia svolge proprio questo ruolo: diventa la maschera con cui la società definisce chi vale e chi no.

Margot, non avendo alcuna dote magica, è costretta a confrontarsi con una domanda che molti evitano per tutta la vita: se non sono ciò che gli altri si aspettano da me, allora chi sono davvero?

La storia si complica ulteriormente quando una vecchia strega le rivela una verità sconvolgente: Margot potrebbe non essere una strega, ma un’umana. E in quel mondo gli umani rappresentano il nemico più odiato, l’ombra antica della società magica.

Questa rivelazione apre un viaggio narrativo che diventa anche un percorso interiore. Margot non deve solo scoprire la verità sul mistero dell’epidemia che minaccia il mondo magico, ma anche affrontare il peso della propria diversità.

In questo senso il romanzo ricorda alcuni archetipi classici del fantasy – il protagonista che scopre di essere diverso, l’eroe che deve affrontare un sistema ingiusto – ma lo fa con una sensibilità contemporanea. La diversità qui non è un limite, ma una possibile chiave di trasformazione.

È una prospettiva che dialoga molto bene con il pensiero di autori spirituali come Jiddu Krishnamurti, che sosteneva come l’essere umano venga spesso condizionato da strutture sociali e culturali che gli impediscono di scoprire la propria natura autentica. Per Krishnamurti, la vera libertà nasce quando si ha il coraggio di mettere in discussione l’identità che la società ci ha assegnato.

Margot vive esattamente questo passaggio.

All’inizio cerca solo di nascondere la propria mancanza di poteri per sopravvivere in un sistema che non ammette eccezioni. Ma quando la verità emerge, è costretta a fare un salto interiore: smettere di cercare di essere ciò che il mondo vuole e iniziare a scoprire ciò che è davvero.

Questo percorso ricorda anche il pensiero di Eckhart Tolle, che parla spesso della differenza tra l’identità costruita dalla mente e la nostra essenza più autentica. L’essere umano tende a identificarsi con ruoli, talenti, categorie sociali. Ma quando questi ruoli crollano, può emergere qualcosa di più vero.

Margot perde tutto ciò che definiva la sua identità: la magia, il prestigio sociale, la sicurezza del proprio destino. Ma proprio da quella perdita nasce la possibilità di una nuova consapevolezza.

Un altro elemento interessante del romanzo è il rapporto tra Margot e Seb, il suo amico d’infanzia, un pastore appartenente al Ceto Basso. In una società divisa rigidamente dalle classi sociali, Seb rappresenta una prospettiva alternativa: quella di chi non vive secondo le regole del potere ma secondo una forma più semplice di umanità.

È una dinamica che ricorda alcune riflessioni di Gurdjieff, secondo cui le strutture sociali spesso funzionano come meccanismi automatici che impediscono agli individui di sviluppare una vera coscienza. Solo chi riesce a uscire da quei meccanismi può iniziare un percorso di consapevolezza.

Nel romanzo, Margot e Seb rappresentano proprio questo: due persone che, pur appartenendo a mondi diversi, riescono a riconoscersi al di là delle etichette.

La presenza dell’epidemia che minaccia il mondo magico aggiunge poi una dimensione ulteriore alla storia. Non è solo un elemento narrativo di tensione: è anche un simbolo. Il sistema magico, costruito su gerarchie e discriminazioni, sta collassando dall’interno. E forse proprio chi è considerato diverso – Margot – potrebbe essere la chiave per salvarlo.

Qui il romanzo entra in dialogo anche con una riflessione contemporanea molto interessante, presente in autori come Salvatore Brizzi, che parla spesso del percorso di risveglio come di un momento in cui l’individuo scopre che la propria diversità non è un difetto ma una possibilità evolutiva. Chi non si adatta completamente alle strutture del sistema può diventare il catalizzatore di un cambiamento.

Ed è esattamente ciò che accade nel viaggio di Margot.

La ragazza che all’inizio della storia si sente incompleta, inadatta e sbagliata, scoprirà progressivamente che proprio la sua differenza è ciò che la rende libera.

Dal punto di vista narrativo, Gabriella Silvestri costruisce un mondo coerente e affascinante, con una buona capacità di intrecciare elementi fantasy, mistero e crescita personale. Il ritmo della storia accompagna il lettore in una corsa contro il tempo – tra epidemie, complotti e inseguimenti – ma il vero cuore del romanzo rimane sempre la trasformazione interiore della protagonista.

E forse è proprio questo il significato più profondo di All’origine di me.

Non è soltanto la storia di una strega che scopre di essere diversa.

È la storia di una persona che scopre che la propria identità non può essere definita da un sistema, da una tradizione o da una categoria.

Perché, alla fine, la vera magia non è quella che separa le persone in caste e poteri.

La vera magia è scoprire chi siamo quando smettiamo di cercare di essere ciò che gli altri si aspettano da noi.

Ed è proprio questo il messaggio che resta nel cuore del lettore quando si chiude l’ultima pagina del romanzo.

Che forse il luogo più difficile da raggiungere non è un regno lontano, né un mondo magico.

È semplicemente l’origine di noi stessi.


Categoria: Recensioni
Tag: Libri

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