Leggere Le chiavi di casa di Sami al-Ajrami è stato per me uno spartiacque. Un libro così non lo leggi soltanto: lo attraversi, ti ci scontri, ti resta addosso. Una chiave simbolica che apre un portone che molti fingono di non vedere: quello della verità, della giustizia e del coraggio. Quello che accade nella Striscia di Gaza non è semplicemente un conflitto. È una tragedia umanitaria, un massacro, un genocidio. E come tale va chiamato.
Da quasi due anni, il mondo assiste in silenzio a livelli inimmaginabili di morte e distruzione. Israele, con una sproporzione bellica impressionante, ha ridotto Gaza a un cumulo di macerie, uccidendo decine di migliaia di civili, più di 50.000 bambini sono stati uccisi o feriti, distruggendo ospedali, scuole, chiese, moschee, quartieri residenziali. Oltre il 90% della popolazione è stata costretta allo sfollamento. È un disastro umanitario, non più giustificabile con alcuna retorica antiterrorismo.
E allora mi chiedo: da che parte stiamo davvero?
Il volto del genocidio
Quello che sta accadendo non è casuale, né inevitabile. È il risultato di scelte politiche e militari precise, un progetto deliberato di “pulizia etnica” sotto il pretesto di colpire Hamas — organizzazione che, va ricordato, secondo fonti israeliane fu in parte creata e sostenuta da Israele stesso per dividere il fronte palestinese.
Il popolo palestinese non è Hamas. È fatto di bambini, madri, medici, insegnanti, anziani. Ed è questo popolo che oggi sta subendo un genocidio. A dirlo non sono solo i giornalisti, i testimoni, o chi – come me – ha scelto di non voltarsi dall’altra parte. Lo dice anche Amnesty International, che ha documentato in modo approfondito come, dal 7 ottobre 2023 in poi, Israele abbia adottato azioni che rientrano nella definizione legale di genocidio, con atti mirati a distruggere deliberatamente una popolazione.
Gaza è Davide, Israele è Golia
Ci troviamo davanti a una guerra tra fratelli, come ci ricordano i testi antichi: Isacco e Ismaele, figli dello stesso Dio. Ma oggi le parti si sono invertite. Israele è diventato Golia. Gaza è Davide. Il popolo ebraico ha sofferto l’Olocausto, ma oggi parte del suo governo sembra aver dimenticato quella lezione e applica logiche disumane, da regime totalitario, contro chi non ha più niente da perdere.
Come cittadino, come editore, come essere umano, non posso restare indifferente.
Il ruolo dell’Italia: silenzi e complicità
E qui viene il punto più doloroso, più amaro. Il mio paese, l’Italia, non solo non riconosce la Palestina come Stato — al contrario di 147 altri paesi nel mondo — ma ha fornito aiuti militari e tecnologie avanzate a Israele, anche dopo l'inizio del massacro.
Secondo i dati di Altraeconomia, nel solo primo semestre del 2024 l’Italia ha fornito a Israele quasi 5 milioni di euro in armi e munizioni. A questo si aggiunge il sostegno tecnico alle flotte militari e la copertura diplomatica. È complicità, non neutralità. È un tradimento ai valori fondamentali della nostra Costituzione e della nostra dignità umana.
Da che parte stare: un invito alla coscienza
Non scrivo queste parole per alimentare odio o divisione. Al contrario. Le scrivo per fare un appello alla coscienza di ognuno. Questo non è il momento per schierarsi da una parte politica, come se fossimo ultras da stadio. Questo è il momento di scegliere tra la barbarie e l’umanità, tra l’omertà e la verità, tra l’apatia e l’azione.
Io scelgo di stare con i bambini sotto le macerie, non con i droni che li uccidono.
Io scelgo di stare con chi costruisce la pace, non con chi la bombarda.
Io scelgo di dire che non voglio più essere rappresentato da un governo che fornisce armi a un genocidio.
E, da cittadino italiano ed europeo, mi unisco a chi chiede che l’Unione Europea imponga immediatamente un embargo totale sulle armi a Israele. E che il nostro Paese riconosca finalmente la Palestina come Stato, eserciti pressioni diplomatiche reali, e denunci pubblicamente la violazione del diritto internazionale.
Ma veniamo al libro. Le chiavi di casa di Sami al-Ajrami: la guerra vista da dentro, con il cuore in mano
Ho letto questo libro tutto d’un fiato. E non perché sia leggero – tutt’altro – ma perché ogni pagina brucia. Ogni parola pesa. Ogni testimonianza lascia un segno. "Le chiavi di casa" di Sami al-Ajrami non è semplicemente un libro: è un grido. È il cuore di Gaza che batte ancora, pur sotto le macerie.
Il titolo è semplice, quasi disarmante: quelle chiavi che Sami ancora porta in tasca “non aprono più nulla”, ma rappresentano tutto. Rappresentano casa, memoria, identità, radici, speranza. Quelle chiavi sono diventate simbolo di un intero popolo che vive senza una porta da aprire, senza un rifugio sicuro, senza più una normalità. Ma che non smette di desiderare, di raccontare, di resistere.
Gaza vista con gli occhi di chi la vive
In un panorama editoriale che spesso offre narrazioni fredde, distanti o propagandistiche del conflitto israelo-palestinese, questo libro ha il coraggio raro di raccontare dal basso, dal cemento crepato dei palazzi crollati, dalle corsie degli ospedali bombardati, dai silenzi carichi delle notti sotto i droni.
Sami ci fa vedere la guerra non con l’obiettivo di un drone, ma con gli occhi di una bambina che stringe la mano al padre mentre fugge. Racconta la difficoltà di trovare cibo, di riscaldarsi, di lavare via la paura dal viso delle figlie. È una cronaca, sì, ma anche una preghiera laica. Un atto d’amore verso un popolo martoriato.
In conclusione
Come editore, dico che libri così servono. Come lettore, dico che fanno male, ma aprono gli occhi. Come uomo, dico che non si può restare in silenzio davanti a una voce come quella di Sami al-Ajrami.
Questa è la vera cultura della pace: fatta di storie vere, di carne e di sangue, che ci costringono a non dimenticare. E se è vero che le chiavi di Sami oggi non aprono più nessuna porta, forse aprono qualcosa di più importante: la coscienza di chi ha ancora il privilegio di avere una casa, una patria, e la libertà di raccontare.
