Sulle vie dell’amore di Nicolina D’Orazio

NICOLINA

La memoria del cuore, tra Abruzzo, Provvidenza e umanità perduta

Ci sono libri che raccontano una storia. E poi ci sono libri che custodiscono una memoria. Sulle vie dell’amore di Nicolina D’Orazio, pubblicato da Menabò Edizioni, appartiene senza dubbio a questa seconda categoria: è un romanzo che si legge come una narrazione corale, ma che in realtà assomiglia a un testimone passato di mano in mano tra generazioni, un racconto nato accanto al fuoco nelle sere d'inverno, quando le parole servivano non soltanto a intrattenere ma a trasmettere valori, identità e appartenenza.

Fin dalle prime pagine ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a qualcosa che va oltre la semplice ricostruzione storica. L'autrice prende spunto da una vicenda realmente accaduta e la inserisce nel tessuto vivo della Conca Peligna, tra Pacentro, Sulmona e le montagne abruzzesi, restituendo un mondo che non esiste più ma che continua a vivere nella memoria collettiva di chi lo ha conosciuto e nell'immaginazione di chi non l'ha mai visto.

Il periodo storico attraversato dal romanzo è ampio: dagli anni Venti all'immediato dopoguerra, fino agli echi della seconda metà del Novecento. Fascismo, guerra, Resistenza, emigrazione, nascita della Repubblica: eventi che nella grande storiografia occupano pagine e capitoli, ma che qui vengono osservati dal basso, attraverso gli occhi di persone semplici. È proprio questa prospettiva a rendere il romanzo autentico e prezioso.

Leggendolo mi è tornato inevitabilmente alla mente Ignazio Silone e il suo Fontamara. Non tanto per analogie narrative, quanto per la capacità di dare voce a un'umanità contadina che vive nella povertà materiale ma possiede una straordinaria ricchezza morale. I personaggi della D'Orazio sembrano uscire dai dipinti di Francesco Paolo Michetti o dai quadri di Teofilo Patini: uomini e donne segnati dalla fatica, dal lavoro dei campi, dal freddo degli inverni montani, ma animati da una dignità che nessuna privazione riesce a spezzare.

Al centro della vicenda troviamo Carminuccio e Adele, coppia simbolica e profondamente umana, legata da un amore che non si esprime attraverso grandi dichiarazioni ma attraverso la cura quotidiana, la responsabilità, il sacrificio condiviso. È un amore che genera figli biologici ma che non si esaurisce nella dimensione familiare tradizionale. Anzi, raggiunge il suo punto più alto nel gesto dell'accoglienza.

L'adozione di Marco, bambino proveniente da un brefotrofio, rappresenta infatti il cuore pulsante dell'intero romanzo. E quando il destino porterà alla scoperta del fratello gemello Tonino, separato dalla nascita e ritrovato quasi miracolosamente, la narrazione assume una dimensione quasi archetipica.

Qui il libro smette di essere soltanto cronaca familiare e diventa riflessione universale.

Carl Gustav Jung avrebbe probabilmente letto questa vicenda come l'emergere di una sincronicità: quegli eventi apparentemente casuali che, osservati da una prospettiva più profonda, sembrano rivelare un ordine invisibile. L'incontro sul treno ricordato da don Osvaldo, il sogno di Carminuccio, il ritrovamento fortuito di Tonino nelle strade di Sulmona, la medaglia spezzata che certifica l'identità dei gemelli: tutto sembra seguire una trama nascosta che sfugge alla logica ordinaria.

Ed è impossibile non pensare anche al concetto di Provvidenza, elemento centrale del romanzo. Non una Provvidenza dogmatica o moralistica, ma una forza misteriosa che accompagna gli esseri umani quando scelgono di agire secondo amore e coscienza.

In questo senso il pensiero di Salvatore Brizzi offre una chiave interpretativa particolarmente interessante. Nei suoi scritti Brizzi sostiene spesso che l'universo risponde alla qualità vibratoria delle nostre intenzioni e che l'amore autentico rappresenta la forza capace di riallineare gli eventi verso un ordine superiore. Adele e Carminuccio non agiscono per interesse personale. Accolgono Marco perché sentono di doverlo fare. Successivamente aprono il loro cuore anche a Tonino. Ed è proprio questa disponibilità a dare senza aspettarsi nulla in cambio che sembra mettere in moto quella serie di coincidenze che attraversano il romanzo.

Anche Gurdjieff avrebbe probabilmente riconosciuto in questi personaggi una rara qualità interiore. Per il maestro armeno la maggior parte degli esseri umani vive in uno stato di sonno meccanico, dominata dall'egoismo e dagli automatismi. I protagonisti di Sulle vie dell'amore, invece, mostrano una presenza diversa: lavorano, soffrono, pregano, aiutano. Sono radicati nella realtà ma capaci di trascenderla attraverso il servizio e la solidarietà.

Lo stesso Krishnamurti sosteneva che l'amore autentico nasce quando cessa il possesso. E infatti il sentimento che attraversa queste pagine non ha nulla di romantico nel senso moderno del termine. Non è passione possessiva, non è ricerca dell'altro per colmare un vuoto personale. È piuttosto un movimento spontaneo del cuore verso la vita.

Persino Eckhart Tolle, con la sua riflessione sulla presenza e sull'accettazione dell'esistente, sembra dialogare indirettamente con il romanzo. I personaggi affrontano lutti, guerre, privazioni, emigrazione, ma raramente si abbandonano alla lamentela sterile. Accolgono ciò che la vita porta e continuano a costruire, giorno dopo giorno, il proprio destino.

La scrittura di Nicolina D'Orazio riflette perfettamente questo universo umano. Lo stile è semplice, limpido, privo di artifici. Ma sarebbe un errore confondere semplicità con superficialità. Dietro la linearità narrativa si percepisce un grande rispetto per la materia raccontata e per i personaggi che la abitano. L'autrice non cerca effetti spettacolari. Preferisce lasciare che siano gli eventi e i sentimenti a parlare.

Il risultato è un romanzo che possiede il ritmo naturale delle storie tramandate oralmente. Ogni capitolo sembra aggiungere un tassello alla costruzione di una comunità dove il destino individuale non è mai separato da quello collettivo. Il paese diventa quasi un personaggio autonomo: osserva, giudica, sostiene, protegge, soffre e gioisce insieme ai suoi abitanti.

In un'epoca dominata dall'individualismo e dalla cultura dell'autorealizzazione personale, Sulle vie dell'amore appare quasi un testo controcorrente. Ci ricorda che esistono ancora valori che non possono essere misurati economicamente: la solidarietà, il sacrificio, l'appartenenza, la gratitudine, la memoria.

È forse questo il suo messaggio più profondo.

L'amore non è soltanto una relazione sentimentale. È una strada. Anzi, come suggerisce il titolo, sono molte le strade dell'amore: quelle della maternità, dell'amicizia, dell'accoglienza, della fede, della comunità, del perdono e della memoria.

E il finale, con quei due cuori di ceramica arrivati dal Canada e quella semplice scritta — “Mi manchi mamma. Mi manchi papà” — possiede una delicatezza che resta dentro a lungo dopo aver chiuso il libro.

Perché alla fine comprendiamo che Adele non cercava un riconoscimento formale. Cercava soltanto una parola. Quella parola che ogni madre custodisce nel cuore.

E quando finalmente arriva, oltre il tempo, oltre la distanza, oltre la morte stessa, il romanzo si illumina di una verità semplice e universale: l'amore autentico non finisce mai. Cambia forma, attraversa le generazioni e continua a vivere nella memoria di chi ha saputo donarlo senza riserve.

È questa la più grande eredità che Nicolina D'Orazio consegna ai suoi lettori: la consapevolezza che le persone passano, le epoche cambiano, i paesi si trasformano, ma ogni gesto compiuto per amore continua a camminare nel mondo molto più a lungo di noi.


Categoria: Recensioni
Tag: Libri , Narrativa

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